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Plusdotazione, alto potenziale, giftedness: perché le parole contano

Di Starry Mind Academy · 28 settembre 2026

Tessere di legno con le lettere dell'alfabeto sparse su un tavolo, alcune a fuoco e altre sfocate.
Foto di Sven Brandsma su Unsplash

Una riflessione sui termini con cui in Italia chiamiamo la stessa realtà, e su cosa cambia a seconda di quale si sceglie.

Chi cerca informazioni su un figlio, uno studente o su se stesso incontra quasi subito un problema di vocabolario. Un sito parla di plusdotazione. Una scuola scrive alto potenziale cognitivo. Un profilo social usa APC. Un libro tradotto dice bambini dotati. Un altro ancora lascia l'inglese e scrive gifted. Sembrano cinque cose diverse e sono la stessa, osservata da persone che hanno scelto parole differenti.

Questa dispersione ha un costo pratico. Una famiglia che cerca in rete trova risultati che sembrano riguardare argomenti separati; un insegnante che vuole documentarsi non sa quale parola digitare; un adulto che sta cercando di capirsi si arrende dopo la terza pagina. Vale quindi la pena mettere in fila i termini, chiarire da dove vengono e dire quale usiamo qui, con le ragioni.

Un problema riconosciuto da trent'anni

Nel 1994 l'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa approvò una raccomandazione dedicata all'educazione dei bambini gifted. Il documento raccomandava al Comitato dei Ministri di chiedere agli Stati di riconoscere le differenze individuali nella legislazione, di formare gli insegnanti a identificare le alte capacità e di provvedere all'interno della scuola ordinaria, con curricoli flessibili (Parliamentary Assembly of the Council of Europe, 1994).

L'ultimo punto di quel testo riguarda proprio il vocabolario. L'Assemblea rilevava la necessità di chiarire la nozione di giftedness attraverso una definizione operativa che risultasse accettata e comprensibile nelle diverse lingue, e raccomandava di istituire un comitato apposito, composto da psicologi, sociologi e studiosi dell'educazione, per arrivarci.

Trent'anni dopo, quella definizione condivisa fra lingue non c'è. La confusione che incontri cercando online non nasce da divulgatori distratti: è un nodo che un'istituzione europea aveva individuato nel 1994 e che è rimasto aperto.

Lo stesso documento conteneva un'altra avvertenza, che merita di essere ricordata: qualunque misura specifica per questi studenti andrebbe gestita con discrezione, per evitare il rischio insito nell'etichettatura e le sue conseguenze indesiderate.

Da dove arriva ciascuna parola

Giftedness è il termine più antico e il più diffuso nella letteratura internazionale. Deriva da gift, dono, ed è la parola usata nella ricerca anglosassone dagli studi di Terman in avanti. Porta con sé un'ambiguità che gli studiosi discutono da decenni: se è un dono, chi lo ha ricevuto dovrebbe essere fortunato, e questo rende difficile parlare della fatica che spesso lo accompagna. Va detto però che il significato del termine si è spostato parecchio nel tempo: dalle prime ricerche, che lo legavano a un punteggio e a una promessa di riuscita, si è passati a definizioni che descrivono un modo di funzionare, fatto di sviluppo asincrono e intensità. La parola è rimasta, quello che indica è cambiato, ed è una delle ragioni per cui continua a essere usata pur con i suoi limiti.

Plusdotazione è l'italianizzazione di giftedness, costruita su dotazione con il prefisso plus. È il termine più usato in ambito clinico e psicologico italiano, ed è quello adottato dal Consiglio Nazionale dell'Ordine degli Psicologi nelle linee guida per la valutazione in età evolutiva (CNOP, 2018).

Alto potenziale cognitivo, spesso abbreviato in APC, sposta l'accento dal possesso alla possibilità: non ciò che una persona ha, ma ciò che potrebbe sviluppare. È la formula scelta dal disegno di legge oggi all'esame del Parlamento, intitolato Disposizioni in favore degli alunni e degli studenti ad alto potenziale cognitivo e delega al Governo per il riconoscimento dei medesimi.

Superdotazione e iperdotazione circolano ancora, soprattutto in testi meno recenti. Entrambi i prefissi suggeriscono una quantità eccessiva, ed è la ragione principale per cui sono progressivamente usciti dall'uso professionale.

Il problema dei numeri

C'è un secondo strato di confusione, meno visibile. Le linee guida del CNOP distinguono due gruppi in base al quoziente intellettivo: i bambini ad alto potenziale cognitivo, con QI superiore a 120, indicati come circa il 5 per cento della popolazione, e i bambini plusdotati, con QI superiore a 130, intorno al 2 per cento (CNOP, 2018). Altrove, nella pratica e nella divulgazione, i due termini vengono usati come sinonimi.

Sono i valori di riferimento generalmente adottati, e li riportiamo come tali. Vale però la pena dire che servirebbero più studi sulla popolazione italiana: dati raccolti sul nostro territorio permetterebbero di lavorare su stime meno mutuate da altri contesti, e sono un'esigenza che la letteratura del settore segnala da tempo.

La conseguenza si vede nelle famiglie. Un genitore che riceve una relazione dove si legge alto potenziale, e poi trova online che la plusdotazione comincia più in alto, arriva a chiedersi se suo figlio sia in una specie di categoria minore. La domanda nasce da una convenzione di misura, e riguarda un ragazzo che nel frattempo resta esattamente com'era.

Anche su questo le stesse linee guida invitano alla prudenza, ricordando che il quoziente intellettivo totale non è sempre interpretabile: nei profili disomogenei, dove gli indici divergono molto tra loro, il punteggio complessivo perde di significato. Il numero che separa le due parole, insomma, è meno stabile di quanto la parola faccia credere.

Perché qui usiamo giftedness

La nostra scelta è di usare giftedness e gifted, in italiano, senza tradurli. Le ragioni sono tre e nessuna è definitiva.

La prima riguarda la quantità. Plus, super, iper dicono tutti la stessa cosa: più della norma, su una scala che sale. Un ragazzo gifted, però, non è la versione potenziata di un ragazzo qualunque: elabora il mondo in un modo diverso, con un'intensità emotiva che accompagna quella cognitiva, e può benissimo andare male a scuola. La definizione formulata dal Columbus Group nel 1991, ancora fra le più usate, descrive uno sviluppo asincrono in cui capacità elevate e intensità si combinano in un'esperienza interiore qualitativamente diversa, che rende la persona vulnerabile. Una parola che promette un supplemento fatica a raccontare una vulnerabilità.

La seconda riguarda il potenziale. La formula alto potenziale cognitivo ha il pregio della prudenza e il limite di suggerire qualcosa che deve ancora realizzarsi, quasi un credito da riscuotere. Molti adulti gifted conoscono il peso di quella promessa. Aggiungiamo che l'aggettivo cognitivo restringe il campo alla mente, mentre l'intensità emotiva e la sensibilità morale sono parte del quadro almeno quanto la rapidità di pensiero.

La terza è pratica. Giftedness è la parola con cui questo campo di studi si chiama nel resto del mondo. Chi la usa può leggere la letteratura internazionale, citarla e discuterne senza passare da traduzioni che spostano il significato. Per un progetto che pubblica sia in sede scientifica sia per chi lavora sul campo, questa continuità conta.

Resta l'obiezione seria, e va detta: anche giftedness ha il suo problema, perché dono suggerisce una fortuna che molte famiglie non riconoscono nella loro esperienza quotidiana. Nessuno dei termini disponibili è pulito. Abbiamo scelto quello che ci sembra distorcere meno, sapendo che distorce anche lui.

Quello che le parole non decidono

Su questo tema convivono professionisti che usano vocabolari diversi in buona fede. Uno psicologo che scrive plusdotazione sta usando il termine delle linee guida della sua professione; una scuola che scrive alto potenziale cognitivo sta usando quello che comparirà nella normativa; chi traduce un testo americano si trova davanti a scelte che nessuna resa italiana risolve del tutto. Discuterne non serve a stabilire chi ha ragione.

Serve piuttosto a sapere che stiamo parlando della stessa cosa.

Il ragazzo di cui si discute è uno solo, e ogni volta che due adulti si fermano a chiarire il lessico invece di lavorare insieme, il tempo si perde su un piano dove lui non c'è.

Su una cosa vale la pena essere netti, ed è la stessa che il Consiglio d'Europa segnalava nel 1994: nessuna di queste parole è un merito, e il rischio dell'etichetta è reale. Sono strumenti per nominare un funzionamento, così che possa essere riconosciuto e accompagnato. Quando cominciano a somigliare a un voto assegnato a una persona, hanno smesso di fare il loro lavoro.

Se stai cercando di capire tuo figlio, uno studente o te stesso, digita la parola che ti viene più naturale. Le troverai quasi tutte, prima o poi, e sotto ciascuna c'è la stessa realtà: una persona che percepisce, pensa e sente con un'intensità che ha bisogno di essere vista per quello che è.

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Se ti interessa capire che cosa facciamo con queste parole, il manifesto dell'educazione inclusiva racconta la nostra visione dell'apprendimento, delle neurodivergenze e della giftedness.

Sul piano normativo, il disegno di legge dedicato agli studenti gifted è il passaggio più significativo compiuto in Italia negli ultimi decenni: che cosa prevede, a che punto è, e che cosa può già orientare il lavoro educativo.

Riferimenti bibliografici

Nota sull'iter parlamentare. Le informazioni riportate sono aggiornate al 28 settembre 2026. Trattandosi di un provvedimento in corso di esame, consigliamo di verificare lo stato aggiornato sui siti istituzionali di Camera e Senato.

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